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La pioggia cadeva storta sulla città, come se anche il cielo si fosse ubriacato.
La porta del palazzo sbatté alle sue spalle. Lei correva, una mano stretta al vestito, l’altra aggrappata all’ombrello che il vento voleva strapparle via.
Un colpo d’aria più forte. Le stecche si rovesciarono come ossa spezzate. L’ombrello finì in mezzo alla strada.
Lei inciampò. Le ginocchia batterono sull’asfalto lucido. Una scarpa rimase nella pozzanghera, poi l’altra. Restarono lì, abbandonate sotto la pioggia, come due animali stanchi.
Non tornò indietro. Continuò scalza.
Dal pub all’angolo usciva un blues lento. Qualcuno suonava il piano con malinconia, l’unico modo onesto certe notti.
Lui la raggiunse quasi senza fiato. «Torna a casa.» La voce era rotta. Non serviva gridare.
Lei continuava a camminare sotto l’acqua, capelli incollati al viso, trucco sciolto. Bellissima come certe cose destinate a durare poco.
Il tram arrivò dal buio con quella luce gialla da acquario triste. Ultima corsa.
Lei salì.
Lui infilò una spalla tra le porte che si chiudevano.
Dentro era vuoto. Sedili consumati, odore di ferro bagnato, vetri appannati. Solo il rumore ossessivo dei tergicristalli.
Si sedettero in fondo.Per un po’ non parlarono. L’acqua formava piccole pozze ai loro piedi.
Lui le prese le mani fredde, rosse di pioggia. Come si tocca qualcosa che sai già di stare perdendo.
Lei chiuse gli occhi un istante, poi gli accarezzò il viso con una stanchezza piena d’amore. Fu quello a distruggerlo.
Il tram rallentò fino al deposito. «Capolinea.» La voce del conducente sembrava venire da lontano. Scese. Le porte si chiusero con un sospiro. Le luci si spensero quasi tutte.
Nella penombra azzurra si cercarono con quella fame disperata che hanno gli amori quando sentono arrivare la fine.
Non era nemmeno sesso.
Era un modo per restare vivi ancora cinque minuti.
Lei gli baciava gli occhi, la bocca piena di pioggia, il collo, come a volersi ricordare il sapore esatto della sua assenza futura.
Quando tutto finì rimasero vicini, respirando piano, due sopravvissuti.
Lei si alzò, tirò la leva d’emergenza. La porta si aprì con un lungo sibilo.
Scese scalza nel cemento bagnato.
Lui rimase seduto, a guardarla attraverso il vetro appannato.
Lei si fermò una volta sola. Si voltò appena. Lo guardò come si guarda una casa che non si può più abitare.
Non sorrise. Non pianse. Poi sparì nella pioggia.
Nel tram restò solo l’odore dell’acqua, dei loro corpi e di qualcosa che aveva appena smesso di esistere.-
G.L. - 2026